copertina libroLa liberazione sessuale che ha caratterizzato il Novecento, a partire dalle rivoluzionarie idee di Freud sulla genesi delle nevrosi, è stata una vera liberazione? O ha rappresentato un cambiamento di paradigma nei comportamenti delle persone, sostituendo nuovi dogmi alle vecchie regole puritane?
Sono dubbi che si affacciano alla mente del lettore, durante la lettura di questa splendida opera saggistica - in verità un’autentico pamphlet - di Caterina Appia, psicologa e sessuologa, nonchè, per sua stessa ammissione, “asessuale”.

Ma cos’è l’asessualità? Persino l’autrice trova difficile incasellare l’asessualità in un’etichetta ben definita. In linea generale è “l’orientamento sessuale di chi non prova attrazione sessuale verso alcun genere”. Un’altra definizione, fornita da S.J. Brown, “definisce l’asessualità come una relazione con il sesso atipica rispetto a ciò che la società ha decretato come normativo, e aggiunge che tale natura atipica è segnata da livelli variabili di attrazione e desiderio”. Chi è asessuale può pertanto innamorarsi, intrattenere relazioni romantiche e avere, almeno in alcune fasi della propria vita, rapporti sessuali.

Gli asessuali sono dunque persone che hanno generalmente un basso desiderio sessuale e per questa ragione vengono discriminati, marginalizzati, patologizzati, derisi dalla nostra cultura. Proprio in virtù dei diktat imposti dall’ideologia globale della “rivoluzione sessuale”. Secondo i dettami della quale, la norma è fare molto sesso, in ogni occasione, fino a tardissima età. Possibilmente all’interno della coppia eterosessuale e monogamica.
Chiunque si discosti da tale prescrizione, chiunque trovi altre motivazioni e altri significati per realizzarsi come individuo, che prescindano dalle relazioni sessuali, deve necessariamente sentirsi inadeguato e ricorrere alle cure della schiera di esperti che prosperano proprio sulla scorta della nuove ideologie del “sesso a tutti i costi”.

Comportamenti assolutamente legittimi, scelte di vita minoritarie e anticonformiste, ispirate all'autenticità vengono di conseguenza medicalizzate e consegnate allo stigma sociale. Per definire il diffuso rifiuto sociale di una manifestazione genuina del proprio Sé, rappresentata dall'"asessualità", l'autrice usa il termine “afobia”.

Diciamo le cose come stanno: impegnarsi in attività sessuali non è più (soltanto) oggigiorno un piacere, ma è diventato, nella nostra epoca individualista, edonista, ma ancora esageratamente prescrittiva, un dovere, un obbligo, a cui è impossibile sottrarsi senza fornire le necessarie giustificazioni. Non a caso la nuova retorica terapeutica, disquisendo sulle relazioni, parla apertamente di “lavoro”, da svolgersi all’interno della coppia. Nella società capitalista guai a non lavorare, a non produrre, a non performare, persino nel privato, tra le mura domestiche, persino nell’intimità. Siamo condannati a essere criceti che impazzano girando incessantemente sulla ruota, a tutte le ore della giornata.

Esigere dal partner un’elevata qualità e frequenza di prestazioni sessuali è considerata la norma. Una norma ineludibile, spacciata per igienica e salutistica, ma evidentemente oppressiva, che fa coincidere necessariamente il sesso con l’amore. Sottrarsi al sesso penetrativo, monogamico, eterosessuale, viene oggi considerato un abuso sul partner, un rifiuto totale della sua persona, una mancanza di amore e di affetto, una ferita mortale al suo amor proprio.

Eppure, non è chi non veda che di frequente il sesso non è attualmente finalizzato in maniera esclusiva al piacere, ma usato più spesso di quanto si creda come mezzo per raggiungere altri scopi: potere, conquista, controllo, validazione, autostima, rivalsa, gratificazione di un ego ipertrofico, rimedio temporaneo e malsano per solitudini, ansie, depressioni e traumi o risposta compensativa al proprio vuoto interiore. Il sesso può assumere centinaia di significati, a seconda degli individui che lo praticano, forse non tutti positivamente trasformativi.
Sottolinea l’autrice:

“L’allonormatività è quel sistema di valori che ci porta a considerare l'attività sessuale come un mezzo e non un fine. Un mezzo verso cosa? Dipende dal contesto e dalla cultura di riferimento: il sesso può essere un mezzo per essere considerata adultᵊ, per dimostrare amore, per sentirsi liberᵊ, per raggiungere un ideale predefinito di salute.
[...] Il sesso, infatti, non è mai solo sesso”
.

In verità, il sesso tra gli umani, lungi dall’assumere un significato salvifico, continua a rimanere un enigma, non risolvibile dalle superficiali e distorte rappresentazioni che ne danno terapeuti e media. Qui non si tratta di negare o reprimere il piacere che può derivare dall’attività sessuale, tutt’altro, ma di mettere in discussione tutto il rigido sistema di credenze, in gran parte fallocentrrico, spacciate come verità incontrovertibili in materia di sesso. Mentre la vera libertà sarebbe aderire a quel “nuovo disordine amoroso", che già invocavano, sul finire degli anni Settanta del secolo scorso, due intellettuali francesi del calibro di Pascal Bruckner e Alain Finkielkraut e che rivalutava persino i piaceri della castità.

Pur partendo dalla condizione di “asessualità”, il libro della Appia, chiaro e incisivo, ha il grande pregio di allargare il discorso su tutta la prospettiva della sessualità in Occidente e di stimolare nel lettore riflessioni non conformiste su un’area così sensibile della propria esistenza.