SCUOLA & EDUCAZIONE

 

Solitario com'era, fin dal liceo si era appartato, senza lasciarsi indurre a entrare in nessun tipo di compagnia. Alle cosiddette gite scolastiche aveva sempre partecipato solo di malavoglia, e il liceo l'aveva frequentato per intero insieme agli altri, come ricordo, solo per necessità, dato che esso, così ebbe a dire molte volte, si contrapponeva del tutto alla sua natura e in particolare alla sua testa. Diceva di aver dovuto impiegare un'alta percentuale delle sue energie per difendersi dal liceo e dal suo meccanismo distruttivo, per difendersi dalla scuola in sé, visto che la scuola si contrappone alla natura di ogni singolo individuo ed è fatta solo per disgregare la natura di ogni singolo individuo e per distruggerla e in seguito poi per annientarla. Gli insegnanti e i professori li ha sempre definiti soltanto manovali addetti a questa macchina disgregatrice, distruttrice e annientatrice della natura, una macchina che ogni anno annienta il novanta per cento dell'umanità provvista di intelligenza.
(T. Bernhard, I mangia a poco)

Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un poema, questa non è alfabetizzazione.
(N. Gordimer)

Quando ci hanno messi al mondo, i nostri procreatori, ossia i nostri genitori, si trovavano in uno stato di totale ignoranza e volgarità, e dopo che siamo nati essi non riescono più a sbrigarsela, tutti i loro tentativi di sbrigarsela con noi falliscono, e così si arrendono presto, ma sempre troppo tardi, sempre soltanto nel momento in cui ormai ci hanno da gran tempo distrutti.
(T. Bernhard, L'origine)

Questi professori altro non erano che persone malate, le quali raggiungevano il vertice del loro stato morboso durante l'insegnamento, e i professori di ginnasio sono sempre ottusi e malati, o anche ottusi e malati, perché tutto ciò che quotidianamente insegnano e rovesciano sul capo delle loro vittime altro non è se non ottusità e malattia, e più precisamente un materiale d'insegnamento marcito attraverso i secoli da intendersi come malattia mentale, e avendo a che fare con un simile materiale è ovvio che le facoltà intellettuali di ogni singolo allievo si sentano soffocare.
(T. Bernhard, L'origine)

La vita è complessità. Nella società, come nell'individuo tutto ciò che è specializzazione estrema, inaridisce, impoverisce. Il matematico che conosce solo la matematica e l'economista solo l'economia non possono capire la ricchezza, la molteplicità del reale. Il sistema economico deve poggiare su numerosi pilastri e la cultura sulla pluralità e il fermento dei valori e dei saperi.
(F. Alberoni, CdS 03.03.08)

Lasciamo da parte gli insegnanti che fanno troppo malattia o non fanno niente in classe: è fin troppo facile bollarli come incapaci. Ma questi sono solo una minima parte. La maggior parte degli insegnanti è semplicemente e diligentemente mediocre. E questo è un gravissimo danno agli studenti, perché una persona mediocre farà lezioni mediocri, e non otterrà mai né di appassionare né di migliorare un ragazzo.
(P. Mastrocola)

L'istruzione è completa solo quando la teoria si confronta con l'esperienza. Io sogno una scuola in cui si studiano rigorosamente tutte le materie letterarie e scientifiche, ma poi si fa anche sport, teatro, musica, e si imparano lavori manuali come l'elettricista, il falegname, il cuoco, il giardiniere e ci si confronta con il risultato. È solo coltivando una rosa reale che mi rendo conto di quante nozioni devo conoscere e di quanta cura, quanta vigilanza devo avere. È solo facendo le cose concrete e di fronte ai risultati che imparo la responsabilità. Un insegnamento che mi servirà qualsiasi mestiere, qualsiasi professione poi io faccia.
(F. Alberoni, CdS 16.06.08)

Un giovane che voglia avere davanti a sé una ragionevole porzione di futuro dovrebbe dominare (dico "dominare", non balbettare) almeno tre livelli linguistici: il dialetto locale, quando c'è; la lingua nazionale; una lingua straniera.
(C. Augias, Leggere)

Nei Paesi dove si studia in media dodici anni c'è un livello di reddito pro capite otto volte superiore a quello dei Paesi in cui mediamente si studia la metà, vale a dire sei anni.
(T. Boeri e V. Galasso, Contro i giovani)

In un recente sondaggio, due terzi delle università Usa hanno dichiarato che, a parità di fattori, la conoscenza del greco o del latino conferisce agli studenti una marcia in più. E con ciò arriviamo alla molla più rilevante dietro al revival delle lingue classiche: il loro apprendimento ha un elevato valore formativo. Studiarle significa allenare non solo la memoria e l'attenzione per il dettaglio, ma anche le capacità logiche e di ragionamento critico. Si sviluppano in questo modo competenze generali sulle quali appoggiare le molteplici competenze specifiche che si acquisiscono in seguito o in parallelo.
(articolo "Gli americani riscoprono il latino e il greco", Corriere della Sera, 12 agosto 2008)

La riattivazione delle preconoscenze e dei prerequisiti riduce notevolmente la quantità da studiare.
I prerequisiti sono tutte quelle conoscenze di base, necessarie per acquisire conoscenze ed abilità superiori. Se uno studente possiede buoni prerequisiti, risparmierà naturalmente tempo e fatica. Con buoni prerequisiti, la quantità da studiare appare minore, mentre con scarsi prerequisiti, o "senza basi" come si dice comunemente, la quantità da studiare appare immensa e insormontabile.
(M. Polito, Guida allo studio: il metodo)

Mi piacerebbe davvero proseguire la mia educazione puramente umana, ma il sapere non ci rende né migliori né più felici. Ah, se fossimo capaci di capire la coerenza di tutte le cose! Ma l'inizio e la fine di tutte le scienze non sono forse avvolti di oscurità? O devo utilizzare tutte queste facoltà, queste forze, questa intera vita per conoscere tale specie d'insetto, per saper classificare tale pianta nel regno vegetale?
(H. von Kleist)

La nostra attuale Università forma in tutto il mondo una proporzione troppo grande di specialisti di discipline predeterminate, dunque artificialmente circoscritte, mentre una gran parte delle attività sociali, come lo stesso sviluppo della scienza, richiede uomini capaci di un angolo visuale molto più largo e nello stesso tempo di una messa a fuoco in profondità dei problemi, e richiede nuovi progressi che superino i confini storici delle discipline.
(Lichnerowicz)

La finalità della nostra scuola è di insegnare a ripensare il pensiero, a de-sapere ciò che si sa e a dubitare del proprio stesso dubbio, il che è l'unico modo di cominciare a credere in qualcosa.
(De Mairena)

So tutto ma non comprendo nulla.
(R. Daumal)

Occorre che il corpo insegnante si muova verso le postazioni più avanzate del pericolo che sono costituite dall'incertezza permanente del mondo.
(M. Heidegger)

Il nostro vero studio è quello della condizione umana.
(E. Rousseau, Emile)

C'è un'inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da un parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari dall'altra. [...] Di fatto l'iperspecializzazione impedisce di vedere il globale (che frammenta in particelle) così come l'essenziale (che dissolve).
[...] La cultura ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi. La grande disgiunzione tra la cultura umanistica e quella scientifica, delineatasi nel XIX secolo e aggravatasi nel XX secolo, provoca gravi conseguenze per l'una e per l'altra. La cultura umanistica è una cultura generica, che attraverso la filosofia, il saggio, il romanzo alimenta l'intelligenza generale, affronta i fondamentali interrogativi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l'integrazione personale delle conoscenze. La cultura scientifica, di tutt'altra natura, separa i campi della conoscenza; suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa. La cultura umanistica tende a diventare come un mulino privato del grano costituito dalle acquisizioni scientifiche sul mondo e sulla vita, che dovrebbe alimentare i suoi grandi interrogativi; la cultura scientifica, privata di riflessività sui problemi generali e globali, diventa incapace di pensarsi e di pensare i problemi sociali e umani che pone.
Il mondo tecnico o scientifico vede la cultura umanistica solo come ornamento o lusso estetico mentre favorisce quello che Simon definiva il general problem solving, cioè l'intelligenza generale che la mente umana applica ai casi particolari. Il mondo umanistico, da parte sua, vede nella scienza solo un aggregato di saperi astratti o minacciosi.
(E. Morin, La testa ben fatta)

A scuola non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono i critici.
(T. Todorov, La letteratura in pericolo)

[...] Il sospetto è che la scuola elementare di oggi, pur essendo perfetta come luogo di socializzazione e di ricreazione, sia ben poco capace di trasmettere conoscenze e formare capacità, ivi compresa la capacità di concentrarsi, di ordinare le idee, di autovalutarsi, di mettere impegno in attività non immediatamente gratificanti.
[...] Forse la cattiva fama della scuola media inferiore e dei suoi insegnanti è in parte immeritata: è vero, i risultati dei ragazzi delle medie sono pessimi, ma forse lo sono proprio perché la scuola elementare - con la sua impostazione ludica - non li prepara alle prove che dovranno affrontare quando entreranno in un mondo vero, meno protetto, in cui ci sono anche frustrazioni e si deve essere capaci di studiare da soli (cosa che molti bambini non imparano mai a fare: un effetto perverso del tempo pieno?).
(L. Ricolfi, La Stampa, 25 settembre 2008)

[...] sotto l'occhio del maestro in procinto di interrogare, la scolaresca che non sa la lezione fa una faccia estranea e indifferente, a fiato sospeso e in un silenzio immoto, che per nasconder la paura di ognuno, scopre quella di tutti.
(R. Bacchelli, Il mulino del Po)

Ormai i ragazzi si buttano a capofitto in professioni che hanno scelto nella culla. Che ne era stato dei tentativi a vuoto?
(J. McInerney, Si spengono le luci)

Fra una persona che ha fatto l'università ma non legge, e una con una scolarità inferiore ma che ha l'abitudine di leggere, la seconda parla e scrive meglio.
(F. Alberoni)

Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni [...] l'azione del bullo nei confronti della vittima è compiuta in modo intenzionale e ripetuto.
(D. Olweus)

Le indiscriminate letture di anni (tanto disapprovate da Ailo, ai tempi di Whale Bay), l'accumulo di notizie e di informazioni raccolte, la sua curiosità onnivora e la rapida assimilazione ora si rivelavano utili.
(A. Munro, In fuga)

[...] era stata mandata a una facoltà tecnica e non a un normale corso universitario perché, le si diceva, doveva rendersi utile, e [...] ora invece - così sosteneva -avrebbe dato qualunque cosa per essersi farcita la testa esclusivamente, o prima di tutto, di nozioni inutili.
(A. Munro, In fuga)

Vedevo riaffiorare nei bambini i tratti somatici della mollezza e della vanità dei genitori, di quella loro malattia morale fatta di noia e privilegio, su uno sfondo di coazione agli stessi gesti. Bimbi dannati a fare i notai, i commercialisti, gli ingegneri, gli avvocati, i medici; senza sospettare nemmeno che, nel calcolo della sorte, esistessero anche lo scenografo, la cantante, la ballerina, il fotografo, il poeta, la pianista, l'arredatore, il comico, lo scienziato. Meno che mai il don Giovanni o la grande seduttrice.
(R. Pazzi, Le città del dottor Malaguti)

È possibile concepire qualcosa di più orribile del governo dei professori?
(G. Sorel, Le procès de Socrate)

Se serve a farti dire che ti sei laureato, è un conto. Se deve invece servire a te e al tuo Paese, il conto è un altro. Il nostro sistema non forma la classe dirigente. Non prevede un percorso utile a dare nozioni e strumenti agli italiani potenzialmente in grado di guidare il Paese.
(G. Floris, La fabbrica degli ignoranti)

[...] gli studenti ritengono l'università una serie di esami scollegati tra loro e dimenticano i manuali che hanno studiato a poche settimane dall'esame.
(F. Andreatta)

[...] prendiamoci quello che non ci è mai stato dato: il nostro liceo, quello classico, quello antico, con il suo greco e il suo latino, con le sue grammatiche grosse così, con il suo riposante nozionismo becero e cieco, con le poesie imparate a memoria, con quei corposi sillogismi aristotelici di otto righe, con tutte le versioni del Pantodapòi Karpòi, anche quelle di Isocrate, il liceo che doveva procurarci il "pàthei màthos", la conoscenza attraverso la sofferenza.
(D. Marani, Il compagno di scuola)

Un'onesta e fedele divulgazione è la base di ogni seria cultura, perché nessuno può conoscere di prima mano tutto ciò che sarebbe, anzi è necessario conoscere.
(C. Magris, Alfabeti. Saggi di letteratura)

La globalizzazione rende sempre più indispensabile l'istituzione di un canone universale comune, l'elaborazione di un nucleo di conoscenze e valori fondanti per tutti, al di là di ogni frontiera di civiltà. Ma il processo di globalizzazione favorisce e insieme ostacola la formazione di questa base condivisa, mai necessaria come oggi; il vorticoso sovraffollarsi di informazioni, stimoli e cambiamenti si autocancella di continuo, mutila la memoria, disintegra il tessuto culturale comune. Proprio il rimescolamento universale e le straordinarie innovazioni tecnologiche richiederebbero, in una forma aggiornata e allargata alle nuove conoscenze, il vecchio liceo universalistico, che da noi le farraginose riforme degli ultimi anni si sono affannate a smantellare.
(C. Magris, "La Cina è vicina?" in L'infinito viaggiare)

[...] mi buttai sui libri [...] con la passione, il disordine e la voluttà che fruttano a chi studia cento volte più che cento anni di scuola.
(G. Rodari, Grammatica della fantasia)

Chi erano i miei allievi? Alcuni di loro il genere di allievo che ero stato io alla loro età e che si trova un po' in tutti gli istituti dove approdano i ragazzi e le ragazze eliminati dai licei rispettabili. Molti erano ripetenti e avevano scarsa stima di se stessi. Altri si sentivano semplicemente tagliati fuori, esclusi dal sistema. Alcuni avevano perduto del tutto il senso dello sforzo, della durata, della costrizione, insomma dell'impegno; lasciavano semplicemente che la vita se ne andasse, dedicandosi, a partire dagli anni ottanta, a un consumismo sfrenato, non sapendo avvalersi di loro stessi e affidandosi solo a ciò che era loro estraneo (la riflessione di Rousseau, trasferita sul piano materiale, non li aveva lasciati indifferenti).
E tutti, ovviamente, erano casi particolari.

(D. Pennac, Diario di scuola)

Affinché avessero una possibilità di farcela, occorreva reinsegnare loro il concetto stesso di sforzo, restituire loro il piacere della solitudine e del silenzio, e soprattutto il controllo del tempo, quindi della noia.
(D. Pennac, Diario di scuola)

Pessimum magistrum memet ipsum habeo.
traduzione: Ho un pessimo maestro in me stesso.
(San Girolamo)

[...] abbiamo un esercito di giovani che, per il fatto di avere un titolo di studio relativamente elevato (diploma o laurea), aspirano a un posto di lavoro di qualità, ma per il fatto di essere più ignoranti del giusto difficilmente riescono a trovare quello che cercano. Un sistema di istruzione ipocritamente generoso illude i giovani e ne innalza il livello di aspirazione, un mercato del lavoro spietato li riporta alla realtà. [...] gli italiani pretendono di lavorare in posti adeguati alla loro istruzione formale, e raramente si chiedono se c'è una ragionevole corrispondenza con la loro istruzione effettiva.
(L. Ricolfi, "Cari bamboccioni impreparati", La Stampa 19.01.2010)

Per copiare davvero ci vuole intelligenza e rapidità, bisogna saper fare connessioni, stabilire analogie, intravvedere soluzioni, essere intuitivi. Copiare è come inventare. Meglio, è il secondo stadio del missile dell'invenzione.
[...] Tutti copiano, ma solo alcuni, più fortunati e abili, ci riescono davvero. Viva i copiatori!

(M. Belpoliti, "Non è sempre truffa, a volte c'è anche il genio", La Stampa 09.04.2010)

L'esigenza di rimuovere la violenza e di portare nella scuola la serietà, l'impegno, il rigore è unanimemente condivisa nel paese. È sostenuta dai media, non senza enfasi retorica, coerentemente con l'opzione per una scuola che educhi alla legalità e alla cittadinanza.
[...] Ma nelle aule scolastiche qual è lo stato dei valori dell'onestà, dell'imparzialità, della correttezza e della lealtà, che appartengono ai fondamentali del repertorio educativo della scuola né più né meno che il ripudio della violenza?
Quando dalle affermazioni di principio si tratta di scendere nel concreto e di tradurre i valori in norme specifiche, ciò che appariva chiarissimo si appanna. A prima vista pare giusto e ovvio considerare come devianti certi comportamenti come copiare in classe o farsi recapitare il compito da fuori, ma presto ci si accorge che siamo entrati in un territorio pieno di ambiguità, irto di distinguo, di "se" e di "ma", pervaso di sottintesi e silenzi.
(M. Dei, Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane)

A scuola ero campione mondiale di copiatura: credo di non avere rivali per tecniche e sofisticatezza. Questo dimostra che anche chi copia ha speranza, perché anche così qualcosa si impara.
(L. Cordero di Montezemolo)

L'escalation dei titoli di studio ci dà l'impressione di vivere in una società sempre più colta, i cui membri sono in grado di offrire prestazioni cognitive impensabili per l'ignorante generazione che li ha preceduti. [...] Non sarà che la nostra società, presa nel suo complesso, sta comprando un grado più alto di istruzione soltanto per raggiungere vette più alte di stupidità?
(M. Crawford, Il lavoro manuale come medicina dell'anima)

Gli aspetti esteriori dell'educazione, quali voti, crediti e diplomi, assumono un ruolo più importante di quelli sostanziali, dal momento che la conquista di questi distintivi di merito è più importante che imparare effettivamente qualcosa. [...] Il momento didattico in sé e per sé si squalifica rispetto a quello, socialmente più rilevante, della valutazione, la quale conta di più per le sue conseguenze sociali che per il suo senso pedagogico.
(D. Labaree)

Non ho mai permesso che la scuola interferisse con la mia educazione.
(M. Twain)

M'affacciavo all'aula dove gli appollaiati su passavano il bignami nello svaccamento dell'analfabetismo sereno.
(W. Siti, Un dolore normale)

Da Petronio a Rabelais son passati secoli e secoli, più d'un millennio, ma la sostanza non cambia: la scuola rincoglionisce!
(A. Banda, Scusi, prof, ho sbagliato romanzo)

Il comportamento pretenzioso fortemente narcisista ostentato da molti bambini e giovani è uno dei maggiori problemi pedagogici degli ultimi decenni. Scarsa propensione alla fatica, ricerca del divertimento, autocompassione e uno sfrenato consumismo caratterizzano la vita di gran parte degli adolescenti. Ovviamente alcol, droghe e sigarette sono endemici al processo di crescita e contribuiscono a loro volta a una maggiore trascuratezza fisica e morale.
(B. Bueb, Elogio della disciplina)

L'educazione non è altro che amore ed esempio.
(F. Fröbel)

La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori.
(P.P. Pasolini, Lettere luterane)

Scolarizzare una popolazione non è esattamente la stessa cosa che educarla e migliorarne la mentalità e i comportamenti pubblici. Sembra anzi (De Mauro lo segnala senza concluderne nulla) che le società il cui sviluppo è incrementato dalla scolarizzazione rovinano poi culturalmente chi esce dalla scuola. La scuola alfabetizza, la società de-alfabetizza. Il 38% degli adulti in Italia hanno gravi deficit di lettura, scrittura e calcolo. 
(A. Berardinelli, "Mastrocola e De Mauro: due tesi, entrambe giuste, entrambe sbagliate",
Avvenire, 21.05.2011)

Non accade quasi mai [...] che un insegnante presenti ai suoi studenti "temi" scritti da lui o da altri adulti come esemplari per avviare o approfondire un'attività pratica di redazione di testi.
(L. Serianni, G. Benedetti,
Scritti sui banchi. L'italiano a scuola tra alunni e insegnanti)

Procedendo [...] di classe in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senza alcun sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare, come lo scriverebbe un francese o uno spagnolo che avesse studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi capire senza far ridere.
(E. De Amicis)

Bisogna restaurare l'autorità che hanno conosciuto i nostri nonni a scuola? Io penso che dobbiamo lasciarci il passato alle spalle e che le cose che hanno funzionato bene un tempo forse saranno meno efficaci adesso e in futuro. Penso che stia all'adulto affermarsi e imporre le proprie regole secondo i propri valori, ma non in nome di una moda sorpassata e che consiste nell'essere più severi con gli studenti. Benché la mancanza di assiduità, di rispetto e molti altri fattori che sono la causa di questa rimessa in discussione siano spesso presenti all'interno degli istituti, restaurare di nuovo l'autorità a cui erano abituati i nostri avi sarebbe la soluzione giusta? Io non credo. I giovani d'oggi non accetterebbero un'autorità di questo tipo. Non potrebbero neanche immaginarla. Questa nuova generazione nella maggior parte dei casi non è favorevole ai provvedimenti punitivi, una pressione costante e inopportuna, ne ha già abbastanza così.
(F. Bégaudeau,
La classe)

C'è un bisogno estremo di maestri; di buoni maestri.
Qualcuno che non insegni per professione, ma ci creda per missione [...].
Sono i buoni maestri che riescono a far crescere allievi non servili, qualcuno così bravo da non doversi preoccupare troppo della carriera, fino al punto che sarà impegno d'onore sostituire il maestro e perpetuarne il merito e il sentimento di cura.

(P.L. Celli,
Generazione tradita)

Sognavo di poter un giorno fondare una scuola in cui si potesse apprendere senza annoiarsi, e si fosse stimolati a porre dei problemi e a discuterli; una scuola in cui non si dovessero sentire risposte non sollecitate a domande non poste; in cui non si dovesse studiare al fine di superare gli esami.
(K. Popper, La ricerca non ha fine)

I maestri di cui parlo esprimono sempre rispetto per l'autonomia dell'altro. Non intendono plasmarlo o migliorarlo, ma solo permettergli di essere ciò che è. E in ciò si confermano educatori autentici, vicini alla tradizione libertaria dei Godwin, Tolstoj, Goodman, che si contrappone alla tentazione autoritaria presente in ogni pedagogia: non educano al dovere essere (uomo pio, buon cittadino, militante rivoluzionario), ma all'essere. Una pedagogia che consiste soprattutto nell'ascoltare e nell'osservare. Qualsiasi preoccupazione morale va finalizzata alla libertà degli esseri umani e allo sviluppo delle loro potenzialità.
(F. La Porta, Maestri irregolari)

Il sintagma "scuola pubblica" oggi serve più come affermazione retorica che non come punto di riferimento politico. Siccome il mondo in cui viviamo evolve, questo vale anche per il senso che si attribuisce al concetto di "pubblico". Viviamo in un mondo in cui le scuole pubbliche cedute in appalto [ad associazioni ed enti vari, le cosiddette Charter Schools], l'educazione a distanza, le deduzioni d'imposta per gli studi, e altri sviluppi recenti complicano la nozione di "pubblico" e non rientrano negli schemi mentali con i quali siamo cresciuti. È giunta quindi l'ora di ripensare il senso attribuito al concetto di "pubblico". È giunto il momento di adottare un concetto di "pubblico" molto più ampio di quello tuttora in auge nella comunità educativa.
(F. Hess, "What is a 'Public School' Principles for a New Century", in Phi Delta Kappan, 85, 2004, 6, riportato in N. Bottani, Requiem per la scuola?)

Sembra ovvio che una scuola pubblica (che, in quanto tale, deve essere finanziata dallo stato, ossia dall'ente pubblico) debba rendere conto in modo obiettivo dei risultati che consegue, debba fornire prove certe di quel che si apprende frequentandola.  È il contrappeso alla maggiore libertà d'azione e alla sua autonomia. L'opinione pubblica, le famiglie, le autorità locali, le aziende, il mondo della produzione devono essere tenute al corrente di quanto succede nella scuola, dei suoi programmi e dei risultati conseguiti da chi la frequenta. Va detto subito che l'autovalutazione non è una soluzione convincente perché le scuole non sono un servizio isolato, un'entità a sé stante, non sono libere da qualsiasi dovere verso la comunità. Sono un servizio pubblico, devono quindi essere comparate tra loro. Le autorità che le finanziano devono poter sapere per esempio se la scuola primaria di Gressoney è più o meno simile per qualità dell'insegnamento a quella di Courmayeur o alla primaria De Amicis di Cosenza.
(
N. Bottani, Requiem per la scuola?)

Si direbbe che la scuola, invece che essere il luogo dove la conoscenza si trasmette e riceve una sua prima elaborazione, sia il rifugio nel quale ci si rinchiude per essere protetti dalla conoscenza, dal suo fluire, dal suo accrescersi. Del resto, non si può dire neppure che nella scuola la conoscenza sia di casa: se è vero che una delle caratteristiche essenziali della conoscenza è quella di espandersi continuamente e di stabilire ininterrottamente relazioni nuove tra le sue diverse parti, la scuola è estranea tanto all'uno quanto all'altro movimento. Non è il luogo della movimentazione della conoscenza, ma quello in cui alcune conoscenze vengono trasmesse e classificate. È, semmai, il luogo in cui le conoscenze si sedentarizzano, stagionano e diventano statiche.
(R. Simone, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo)

La scuola è un posto fatto così, la cosa più importante che ci si può insegnare è questa verità profonda: che le cose veramente importanti non si imparano a scuola.
(H. Murakami, L'arte di correre)

Strano, ma benché insegnasse ormai da anni, ogni volta che doveva entrare in classe era preso dal panico. Ancora oggi arrossiva, sudava, si metteva a tremare. I sogni ad occhi aperti, le fantasticherie, ancora consumavano la maggior parte del suo tempo libero.
(I.B. Singer, La famiglia Moskat)

Un insegnamento scadente, una pedagogia di routine, uno stile di istruzione che è, consapevolmente o meno, cinico nei suoi obiettivi meramente utilitari, sono rovinosi. Distruggono la speranza alle radici. Un insegnamento di cattiva qualità è, quasi letteralmente, un assassinio e, metaforicamente, un peccato. Immiserisce lo studente, riduce a grigia inanità la materia insegnata. Insinua nella sensibilità del bambino o dell'adulto il più corrosivo degli acidi, la noia, le esalazioni dell'ennui. Un insegnamento morto, esercitato dalla mediocrità forse inconsciamente vendicativa di pedagoghi frustrati, ha ucciso per milioni di persone la matematica, la poesia, il pensiero logico. [...] L'anti-insegnamento è statisticamente quasi la norma. Insegnanti eccellenti, capaci di accendere un fuoco nelle anime nascenti dei loro allievi sono forse più rari degli artisti virtuosi o dei saggi.
(G. Steiner, La lezione dei maestri)

Fa quel che può. Quel che non può non fa.
(il maestro A. Manzi sulle pagelle dei suoi alunni)

Da venerdì non vado più a scuola e l'unica cosa che mi manca sono i compiti a casa.
(P. Cameron, "Compiti a casa" in Paura della matematica)

Egli soleva trattenersi presso la porta del college, circondato da un gruppo di studenti che distraeva col suo spirito, distogliendoli dallo studio, quando non addirittura incitandoli a ribellarsi contro la disciplina del college.
(J. Boswell, Vita di Samuel Johnson)

Il borghese è completamente pago delle sue cognizioni.
(A. Herzen, Passato e pensieri)

L'educazione non può avvenire seguendo l'illusione dell'autoformazione, ma solo grazie all'esistenza di almeno un Altro: un professore, un insegnante, un maestro, un docente. Non esiste autoformazione se non come fantasma narcisistico che rigetta la Legge della castrazione. [...] Questo significa che, per rinunciare a essere allievi, bisogna riconoscere di esserlo stati e di avere avuto uno o più maestri. L'allievo che rigetta l'effetto di formazione e di Scuola che lo ha plasmato, vive nel mito ipermoderno dell'autogenerazione di se stesso, rifiuta la filiazione simbolica che lo inscrive nell'Altro, si vorrebbe prometeicamente padrone del fuoco dichiarandosi senza padri.
[...] Non c'è educazione - come insegna Massa -  che possa prescindere dalle condizioni anche materiali della sua produzione (setting scolastico, norme, leggi, spazi fisici, materiali didattici, ecc.)

(M. Recalcati, L'ora di lezione)

Durante i miei nove anni alle scuole superiori non sono riuscito a insegnare niente ai miei professori.
(B. Brecht)

Dove si troverà, diciamo fra tre anni, delle persone istruite, se già ora si sente la penuria? Se non si rimedia in tempo utile, saranno nuovamente dei tangheri e dei bestioni a diventare dottori e consiglieri alla Corte. Penso proprio che non c’è mai stato un tempo propizio allo studio come oggi, non solo perché ora le arti sono così abbondantemente a disposizione di coloro che vogliono impadronirsene, ma anche perché ne deriveranno grandi beni e grandi onori. Coloro che oggi studiano saranno persone preziose: se ti guardi in giro, ti rendi conto di quante, innumerevoli funzioni attendono uomini istruiti nei prossimi dieci anni, mentre ora se ne formano comunque pochi a questo scopo.
(M. Lutero, Sul dovere di mandare i fanciulli a scuola)

Per una scuola di medicina così famosa, il livello di istruzione era un disastro. [...] Ascoltare le lezioni diverse volte, cercando di dare un ordine logico agli argomenti dell'oratore, consultare i libri di testo per spiegare quello che non era stato spiegato, rendeva evidentissimo quanto fossero scadenti quelle lezioni.
Avevo tenuto un corso alla Cambridge University, quindi avevo fatto l'esperienza di preparare e tenere lezioni. Sapevo quanto tempo occorresse, nel mio caso da dieci a venti ore per preparare una lezione di un'ora. Sapevo come ci si sentiva a tenere una lezione quando si era ben preparati, e quando si era quasi preparati, e quando si era poco preparati e quando si improvvisava.
Gli insegnanti di Harvard in generale improvvisavano. Comparivano con un pugno di appunti dell'anno precedente, con qualche modifica annotata ai margini e iniziavano a parlare.

(M. Crichton, Viaggi)

A. ha paura della scuola come della più gelida estraneità (anche nel sonno sembra soffrirne).
(P. Handke, Il peso del mondo)

Al liceo il suo tema era sempre il migliore e talora il docente lo leggeva per esempio, fra l'attenzione e lo stupore generale: perché non solo tirava fuori, coem niente fosse, versi dell'Eneide o di Racine o di Shakespeare o del Carducci o di Omero, ma in greco eh, ma parlava dello Zola e del Balzac o di Schopen(h)auer, del Sainte-Beuve o del Novalis o di qualunque altro dando a divedere che li conosceva proprio di persona.
E poi, sopra tutto, è il modo di esprimersi, di raccontare le cose; è il modo di descrivere i tramonti e i paesaggi e gli stati d'animo. Questo è il più difficile. Anche il ragionamento era perfetto. La lettura di Cesare lo aveva profondamente appassionato tanto che aveva pensato di scrivere lui pure dei commentar
î, ma gli mancava la guerra delle Gallie [...].
(C.E. Gadda, Racconto italiano di ignoto del novecento)

La scuola non è frustrante per chi non vuole studiare. Lo è molto di più per chi vorrebbe studiare veramente e anche, almeno in parte, a modo suo. Una scuola che non preveda questo autodidattismo naturale, istintivo, che non prenda sul serio la “volontà di sapere”, di capire e di pensare che hanno sia gli studenti che gli insegnanti (purché se ne accorgano!) è una scuola che mente con se stessa, è una farsa.
[...] A scuola ci si dovrebbe ribellare disubbidendo a chiunque ti costringa, ti induca a studiare o insegnare male.
(A. Berardinelli, "La scuola è impossibile, ma prof e studenti non fatevi rubare la mente", Il Foglio, 3 giugno 2015)

Colpisce il fatto che rispetto alla media OCSE, contrariamente a quanto ci si poteva attendere, il deficit maggiore si registra sulle competenze linguistiche e non su quelle matematiche. Nelle regioni centrali e nordorientali chi ha un'istruzione primaria ottiene un punteggio simile a quello degli omologhi degli altri paesi OCSE. Impressionante anche il divario italiano tra chi è in possesso di un titolo di studio universitario (i laureati meridionali hanno un punteggio inferiore della media italiana dei diplomati), con una penalizzazione quindi proprio di chi dovrebbe essere più qualificato.
(G. Solimine, Senza sapere. Il costo dell'ignoranza in Italia)

Quand'anche un uomo possedesse tante stellette quanto un albero di natale e si fosse laureato con il massimo dei voti, se però a partire dal giorno della laurea avesse smesso di leggere lasciando che il suo cervello si arrugginisse, sarà solo un ignorante conclamato o lo diventerà presto.
(Ranganathan, Le cinque leggi della biblioteconomia)

[...] quel libro esercitò su di me una profonda impressione. Da quel giorno ho iniziato a leggere i romanzi russi e i grandi scandinavi e olandesi, soprattutto là dove la traduzione diventava per me accessibile. E così ci si forma (bildet man sich). Questo modo di procedere è particolarmente necessario nelle università di oggi, sia perché i mass media dominano su tutto esercitando uno stordimento diffuso, sia perché ormai nei piani scolastici e nelle preparazioni professionali conseguite nelle università - il nome "università" è detto a dispetto di tutto - prevalgono sempre più le specializzazioni. Se prendiamo visone dei lavori scientifici che vengono esibiti per la prova del dottorato di ricerca, possiamo constatare che tutto si limita, in spaventosa misura, a un ammassamento di specializzazioni. [...] lo specialismo diventa un percorso che limita le esperienze complessive, la personale capacità di giudicare e la Bildung stessa.
(H.G. Gadamer, Educare è educarsi)

[Scuole] progettate e gestite per fornire non tanto la cultura in sé ma le abilità necessarie per far carriera, e per ottenere impieghi migliori, per parlar bene in pubblico e altre pragmatiche ed efficienti performances.
G. Are, L'università nella società globale)

Perché lamentarsi che la scuola soffochi il genio? È esattamente quello il suo compito.
Perché lamentarsi degli insegnanti impreparati, o ingiusti, o dai nervi labili? Sono come devono essere.
Perché lamentarsi dello scadimento degli studi? Gli studi scadono da sempre, e sono scaduti da sempre, se è vero, come è vero, che già Tacito e Petronio la stigmatizzano, quest'eterna decadenza degli studi. E tutti quelli che vengono dopo Tacito e Petronio non sono che sfiatati epigoni [...]
Perché lamentarsi della noia? [...]
Basta allora con le lagne, sulla scuola! Finiamola con i piati, i pianti, i compianti e i plori! La scuola va bene com'è. Nessuna riforma varrebbe a cambiarla. Nessuna riforma potrebbe sanare il suo peccato d'origine. Tutte le cosiddette riforme sono riforme di Sisifo (o di Tantalo).

(A. Banda, Il lamento dell'insegnante)

Le scuole, quali che siano, continuano a rendermi nervoso.
(A. Agassi, Open)

La diffusione del sapere non può più aver luogo in nessun campus del mondo, quelli ordinati, formattati una pagina dopo l'altra, razionali all'antica, a imitazione dei campi dell'esercito romano.
(M. Serres, Non è un mondo per vecchi)

In Italia e nell'Europa meridionale [...] l'organizzazione accademica è l'ultimo baluardo del feudalesimo.
(W.V. Consolazio)

Non è un presidente del Consiglio[...], non è una maggioranza che il maestro deve rappresentare nel comune [...]; egli è il solo e inestimabile rappresentante dei poeti e degli artisti, dei filosofi e di tutti gli uomini che hanno fatto e sostengono l'umanità. Deve assumersi la rappresentanza della cultura.
(C. Péguy)

Ma sarà meglio parlar chiaro ai giovani: una scuola prevalentemente autogestita sarebbe dispersiva e inconcludente; essi sono in via di formazione, non sono già formati. Esistono anche autodidatti di doti eccezionali; ma questi non hanno bisogno di scuola.
(A. La Penna, Sulla scuola)

Sono convinto che dedicarsi alla propria crescita personale e a quella altrui sia la più nobile delle attività.
(M.A. Violan, Coaching Guardiola)

Cari genitori, ricordatevi che non tutti gli individui possono essere esperti di tutto. Ricordatevelo prima di giudicare i voti dei vostri figli e la loro intelligenza.
Fidatevi di quello che vi dico e i vostri figli conquisteranno il mondo, un brutto voto non si porta via i loro sogni né il loro talento. Per favore, non pensate che solo i dottori e gli ingegneri sono felici.

(il preside della scuola islamica Dar-e-Arqam di Lahore in Pakistan)

Nei dieci anni precedenti tutti volevano studiare in un liceo, tanto che veniva definita "liceo" qualsiasi scuola, con lo scopo di attrarre iscritti. Noi ci eravamo attrezzati, attivando indirizzi alternativi e corsi speciali, quando già di licei ne avevamo due, il classico e lo scientifico. Quest'anno è partita la corsa agli istituti tecnici. Me lo ricordo il vecchio motivo di quarant'anni fa, che oggi ritorna: "Finito il liceo, non hai niente in mano". Certo che oggi, invece, con un diploma di "Tecnico industriale sistema moda" conseguito a Pordenone, a diciannove anni vai dove vuoi! Lasciamo stare.
(G.M. Villalta, Scuola di felicità

Né si dee chiamare vero filosofo colui che è amico di sapienza per utilitade, sì come sono li legisti, [li] medici e quasi tutti li religiosi, che non per sapere studiano, ma per acquistare moneta o dignitade, e chi desse loro quello che acquistare intendono, non sovrastarebbero a lo studio.
(Dante, Convivio)

Potremmo studiare prendendoci, per essere precisi, sei libertà.

  1. La libertà di leggere libri interi
  2. La libertà di metterci tutto il tempo che si vuole
  3. La libertà di non produrre nulla
  4. La libertà di stare fermi
  5. La libertà di potersi chiudere al mondo
  6. La libertà di divagare

(P. Mastrocola, La passione ribelle)

Per un numero crescente di cittadini britannici e americani la "cultura d'impresa" significa una vita di superlavoro, ansia, isolamento. La competizione regna sovrana: anche i bambini piccoli vengono forzati a competere tra loro con il risultato di ammalarsi per questo. Nel 2007, la più vasta ricerca indipendente sulla scuola primaria durata quarant'anni ha evidenziato livelli di stress che sono schizzati alle stelle tra i bambini sottoposti a test ininterrotti dalla scuola d'infanzia in poi. Gli autori dell'inchiesta hanno espresso "grande preoccupazione" per questi risultati. Nel 2008 un volantino commissionato dall'istituzione benefica Mind, attiva nel settore della salute mentale, metteva in guardia i bambini sui pericoli dello stress da esami, che vanno dall'insonnia agli attacchi di panico, alla depressione e agli impulsi suicidi. C'era scritto: NON CERCARE DI SFIDARE TE STESSO. Perché permettiamo che i nostri bambini vengano trattati in questo modo? Come ha fatto a diventare accettabile un'idiozia del genere?
(A. Philipps, B. Taylor, Elogio della gentilezza)

"Niente di più bello, di più felice che vedere delle giovani menti aprirsi, seguire quei ragazzi mentre scoprono, crescono, accolgono dentro di sé nuove dimensioni del sentire e si vogliono mettere alla prova. Senza le limitazioni della scuoletta, abbiamo potuto inventarci esercizi veri, dello spirito e del corpo, esperienze, una disciplina interiore, insomma: il gioco del mondo".
(G.M. Villalta, Scuola di felicità

[...] saper insegnare è importante, ma imparare è qualcosa che avviene anche indipendentemente e fuori dalla scuola. Se chi insegna non impara a sua volta qualcosa nell'atto di insegnare e da coloro a cui insegna, il processo educativo si blocca e perde quella vitalità immediata di cui ha assoluto bisogno. Lo stesso insegnante dovrebbe saper dosare, quando insegna, attività e passività, comunicazione efficace e ascolto attento di coloro che ha di fronte. Se non avviene il contatto personale di curiosità e di fiducia fra insegnanti e studenti, se non si fonda il lavoro necessario su una motivazione a compierlo, a scuola finisce per non succedere nulla: o nient'altro che dissipazione, estraneità, noia.
(A. Berardinelli, "Imparare e insegnare, quel circolo virtuoso tracciato da don Milani", Avvenire, 10 marzo 2017)

- [...] Ma, il latino, l’ha mai studiato?
– No, – ringhiò Verloc. – Pretendeva lo sapessi? Io appartengo alla massa. E chi sa il latino? Solo poche centinaia di imbecilli, incapaci di provvedere a se stessi.

(J. Conrad, L'agente segreto)

Lo stordimento della sventura domestica che mi aveva colpito, lo stato morboso del mio organismo che non pativa di alcuna malattia determinata e sembrava patir di tutte, la mancanza di chiarezza su me stesso e sulla via da percorrere, gl'incerti concetti sui fini e sul significato del vivere, e le altre congiunte ansie giovanili, mi toglievano ogni lietezza di speranza e m'inchinavano a considerarmi avvizzito prima di fiorire, vecchio prima che giovane. Quegli anni furono i miei più dolorosi e cupi: i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio. Non ebbi amici, non partecipai a svaghi di sorta; non vidi nemmeno una sola volta Roma di sera. Mi recavo all'università per il corso di giurisprudenza, ma senza interessamento, senza essere nemmeno scolaro diligente, senza presentarmi agli esami. Più volentieri mi chiudevo nelle biblioteche [...].
(B. Croce, Contributo alla critica di me stesso)

La scuola secondaria ha un tale numero di studenti da richiedere un numero molto elevato di insegnanti. Dato però che solo poche persone sono davvero eccellenti, in qualunque campo, dobbiamo renderci conto che gli insegnanti nella maggior parte dei casi sono mediocri, o ottusi. Non è una critica alla professione, è solo questione di aritmetica.
(R.P. Feynman)

Gli studenti si dividono semplicemente in deboli e forti. I deboli sono coloro che manifestano delle difficoltà, i forti sono quelli a cui la scuola non serve - almeno per come è concepita, dato che a loro basta esercitare un talento. Se poi gli studenti forti hanno una famiglia che considera la formazione un valore, arrivano in aula già con un'etica del lavoro e spesso te li dimentichi: vanno per conto proprio.
Se questo non avviene, i talentuosi diventano come cavalli imbizzarriti e, per rispolverare le loro capacità, devono semplicemente prenderne consapevolezza: bisogna restituirgli spazio, forse assicurargli un ruolo. Per un professore è un lavoro gratificante, abbastanza semplice, perché i talentuosi in difficoltà sono come congegni bloccati da uno stuzzicadenti: tolto quello ricominciano a camminare, anche se con una cifra di testarda originalità.

( R. Contessi, Scuola di classe)

Onde ho sperimentato in me stesso la falsità della dottrina pedagogica che confina l'educazione a una prima parte della vita (alla prefazione del libro) e alla verità della dottrina contraria che concepisce la vita intera come continua educazione, e il sapere come unità del sapere e dell'imparare. E quando si sa senza poter più imparare, quando si è educati senza possibilità di meglio educarsi, la vita si arresta e non si chiama più vita ma morte.
(B. Croce, Contributo alla critica di me stesso)

[...] ha superato ormai la massa critica il numero di persone uscite da scuole superori e tuttavia semi-analfabete, passate attraverso un sistema di istruzione a maglie troppo larghe, poco selettivo, spesso restio, in nome di un malinteso principio di uguaglianza, a praticare il rigore.
(A. Panebianco, Corriere della Sera, 1 agosto 2017)

Non ci sono modelli, fuori delle scuole, oggi, che possano incoraggiare i giovani alla fatica dello studio non finalizzato a qualche obiettivo pratico. "Studia che riuscirai nella vita" sembra davvero un motto di altri tempi, ed è doloroso dirlo per chi appartiene a una generazione che ha fatto dello studio una forma di esistere.
(G. Pacchiano, Di scuola si muore)

I titoli di studio e le qualifiche danno un’indicazione molto debole delle reali competenze e abilità degli studenti e dei lavoratori che li possiedono.
(A. Carli , "Ocse: in Italia il 35% fa un lavoro non in linea con gli studi fatti", Il Sole 24 Ore, 15 dicembre 2017)

Lo studio del latino e del greco, sento dire, sta andando in disuso in Europa. Io non so che cosa richiedano le maniere e le occupazioni [degli europei], ma sarebbe una pessima scelta seguirne l'esempio.
(T. Jefferson)

Il Collingwood degli ultimi tempi era un sostenitore appassionato dell'istruzione familiare e riteneva che uno dei peggiori crimini di Platone fosse stato di avere "impiantato nel mondo europeo l'idea folle che l'istruzione andasse professionalizzata".
(M. Beard, Fare i conti con i classici)

Aveva abbandonato gli studi prima di finire le superiori, mi raccontò, per vivere la sua vita. Non aveva frequentato l'università. Invece era andato a Londra, per farsi una cultura e acquistare libri e abiti. Passava le giornate leggendo e andando a teatro. Traduceva pièce dimenticate, francesi e belghe, appartenenti al genere del théatre de boulevard.
(J. Salter, L'arte di narrare)

[...] l'università di massa non può che adeguarsi alla cultura di massa, che oggi significa sempre più disaffezione alla lettura e ai libri. Si prospetta un futuro imminente in cui i laureati che non hanno mai letto per intero nessun capolavoro del passato saranno la maggioranza.
(A. Berardinelli, "La cultura di massa e gli effetti nocivi sulle scelte di voto", Avvenire, 9 marzo 2018)

È senza dubbio la scuola - di cui il nostro secolo ha la superstizione - a causare la crisi d'infantilismo di cui l'umanità d'oggi presenta tutti i segni. Manca alla nostra società la solida infrastruttura di analfabeti che fa le razze forti.
(R. Poulet, Contro la gioventù)

Da bambino detestavo la scuola, quell'essere costretto ad ascoltare passivamente insegnanti soporiferi.
(O. Sacks, Il fiume della coscienza)

L’Italia non è tanto la nazione con la più bassa percentuale di laureati quanto quella con la più alta percentuale di laureati analfabeti.
(A. Gurrado, "Gli intenti sono discutibili, ma abolire il valore legale della laurea è una buona idea", Il Foglio, 3 ottobre 2018)

[...] in questo romanzo [McTeague di Frank Norris, ndr] l'ineludibilità del destino si manifesta come assoluta incapacità dei personaggi di evolversi, di adattarsi a un sistema economico e di valori in cui ciò che conta non sono le cose in sé, ma la loro simbolizzazione; non il potere, la conoscenza e il denaro, ma i certificati, i diplomi, e le banconote.
(a cura di C. Iuli e P. Loreto, La letteratura degli Stati Uniti )

Sono sempre più convinto che si possa diventare eccellenti filosofi, storici, filologi, giuristi o qualsiasi altra cosa senza aver mai messo piede all'università e nemmeno al liceo.
(S. Zweig, Il mondo di ieri)

[...] rinnovai di fronte a quell'estraneo il segreto giuramento di dedicarmi allo studio con serietà. Mi guardò commosso, poi disse: "Non solo seriamente, figlio mio, soprattutto appassionatamente. Chi non è appassionato, potrà al massimo fare il maestro di scuola; dentro di noi dobbiamo prima sentire le cose per poi poterci arrivare, ma sempre, sempre attraverso la passione".
(S. Zweig, Sovvertimento dei sensi)

[...] istituzioni per adesso lasciate tranquille dall'insurrezione digitale e quindi rimaste placide nel loro letargo: prima fra tutte la scuola. È pensabile che anche lì il problema sia la fissità, le strutture permanenti, la scansione novecentesca dei tempi, degli spazi e delle persone. Magari andrà avanti così ancora per decenni: ma certo che il giorno in cui a qualcuno verrà in mente di rinnovare un po' i locali, le prime cose che andranno al macero, dritte dritte, saranno la classe, la materia, l'insegnante di una materia, l'anno scolastico, l'esame. Strutture monolitiche che vanno contro ogni inclinazione del Game. Fidatevi, andrà tutto al macero.
(A. Baricco, The Game)

Passare da una pedagogia che intimidisce a una pedagogia che stimola.
(collettivo "Changer de cap")

Studiare non significa frequentare necessariamente una scuola o una facoltà. [...] Si tende a credere, anche per comodo corporativismo e sindacalismo, che studiare significhi essere presenti a scuola.
(G. Desiderio, "Le scuole chiuse svelano il bluff dell'istruzione di Stato", nicolaporro.it)

La stanchezza nelle aule con il passare delle ore mi faceva anzi al contrario diventare riottoso o arrabbiato. Era in genere meno l'aria viziata e lo stare stipati degli studenti a centinaia, quanto piuttosto la non partecipazione degli insegnanti alla materia, che pure avrebbe dovuto essere la loro. Mai più ho visto gente così inerte rispetto al proprio campo come quei professori e docenti dell'università [...]. Dignitari che parevano imbottiti di segatura, le cui voci mai una volta erano indotte, da quello che commentavano, a una vibrazione di stupore [...], di entusiasmo, di simpatia, di autointerrogazione, di venerazione, di collera, di indignazione, di propria inadeguatezza, ma invece si limitavano a biascicare, smozzicare, scandire [...] finché la stanchezza dell'ascoltatore si ribaltava in irritazione.
(P. Handke, Saggio sulla stanchezza)

Non confondere mai il titolo di studio con l'intelligenza, puoi avere un dottorato di ricerca ed essere un idiota.
(R. Feynman)

L'università sviluppa tutti i doni umani, inclusa la stupidità.
(A. Cechov)

La scuola tradizionale si concentra troppo sugli esami, sul successo accademico degli studenti, sul curriculum e su altri fattori che finiscono per produrre insegnanti e studenti esausti che non apprezzano o potenziano il loro apprendimento.
È essenziale scolarizzare gli studenti, rimuoverli dalla negatività, dal controllo, dal prescritto, dall'imposto, dal noto e ripetuto, in modo da continuare a costruire i loro processi educativi nella passione per l'apprendimento e la conoscenza, nell'apertura verso gli altri e la vita, all'ignoto e all'imprevisto, alle relazioni inedite, all'errore e alla scoperta

(J. Rogero)

L'unica cosa che interferisce con il mio apprendimento è la mia educazione.
(A. Einstein)

L'autoeducazione, credo fermamente, è l'unico tipo di educazione che esista.
(I. Asimov)

Non puoi mai essere troppo vestito o troppo istruito.
(O. Wilde)

Gli uomini di genio sono incapaci di studiare in gioventù perché sentono inconsciamente che bisogna imparare tutto in modo diverso da come lo impara la massa.
(
L. Tolstoj)

Il profitto degli studi consiste nell'esser diventati migliori e più saggi.
(Montaigne)

Non si impara soltanto come studenti frequentanti, si impara anche come autodidatti che cercano di capire, che leggono, riflettono, discutono in situazione reale ciò che offre un patrimonio culturale accumulato per secoli e millenni.
(A. Berardinelli, "Ma la Dad può servire a ripensare la scuola", Avvenire, 19 marzo 2021)

[...] Oppure tacciono e studiano senza mai pensare ad altro; in questo gli studenti cinesi – ne ho avuti tanti – sono la prefigurazione del tempo che sarà, che già è: sono sempre tra i più bravi, ma sembrano del tutto indifferenti alla vita collettiva, alle speranze, ai sogni larghi della giovinezza. Devono correre, fare in fretta, obbedire e lavorare sodo: pragmatismo totale e risultati sicuri.
(M. Lodoli, "La scuola che non vediamo", Il Foglio, 9 agosto 2021)

"da un professore non c’è nulla da imparare che non si possa trovare nei libri. […] Non vedo ragione per cui dovremmo andare all’università piuttosto che in un qualunque altro luogo, o perché mai dovremmo darci pena riguardo alla preparazione o alla capacità del professore"
(D. Hume)

A vedere le numerose e svariate istituzioni destinate all'insegnamento e allo studio, e la grande folla di scolari e maestri, verrebbe da pensare che al genere umano stia estremamente a cuore comprendere le cose e conquistare la verità. Ma, anche qui, l'apparenza inganna.
(A. Schopenhauer, L'arte di insultare)

[...] in una nazione ossessionata dal culto del pezzo di carta e imperniata sul valore legale della laurea, paragonare il lavoro svolto dai supplenti laureandi a quello dei docenti standard non potrà che essere salutare. Si capirà una volta per tutte che la discriminante non è avere o meno una pergamena incorniciata e appesa al muro; la discriminante è sempre e solo aver studiato, e soprattutto continuare a farlo.
(A. Gurrado, Assegnare supplenze ai laureandi al posto dei prof. no vax è un’ottima idea, "Il Foglio", 30 dicembre 2021)

Se fossi stata protetta e incoraggiata sarei cresciuta come una bambina normale, ma non ho avuto la fortuna di avere nemmeno un insegnante illuminato.
(F. Bosco, Mi dicevano che ero troppo sensibile)

Quela che chiamo la mia filosofia dell'insegnamento è in effetti una filosofia dell'apprendimento. Deriva, con qualche modifica, da Platone. Prima che possa esserci l'apprendimento bisogna, io credo, che nel cuore dell'allieva vi sia un certo desiderio di verità, un certo fuoco. La vera allieva arde dal desiderio di sapere. Nell'insegnante riconosce, o percepisce, qualcuno che si è avvicinato più di lei alla verità. E lei desidera così tanto la verità incarnata nell'insegnante da esere disposta a bruciare la prorpia personalità precedente per reaggiungerla. Per parte sua, l'insegnante riconosce e incoraggia quel fuoco nell'allieva, e risponde ardendo di luce più intensa. Così i due assurgono insieme a un regno superiore. Per così dire.
(J.M. Coetzee, Tempo d'estate)

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