Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi, 2010

 L
e
t
t
e
r
a
t
u
r
a
copertina libroNovanta brevi prose sul calcio, quanti sono i minuti di una partita. Si va dalla pagina e mezza a due righe. Il risultato è un libro riuscito, gradevole. Il calcio che ci racconta Valerio Magrelli, poeta, scrittore, giornalista, docente universitario non è il grande football delle pay-tv, quello delle interminabili discussioni televisive che si protraggono per tutta la settimana, rappresentazioni da Commedia dell'Arte che fanno anche pensare al "commento rabbinico della Bibbia: un'attività che vive della sua indefinita ruminazione", ma il calcio visto a latere, nelle sue metafore e connessioni con la vita quotidiana, il calcio come pretesto di analisi esistenziale e sociale, il calcio come formazione e chiave per interpretare le nostre vite.

Magrelli gioca a pallone, a livello dilettantistico, fino ai quarant'anni, quando l'avanzare dell'età, noie muscolari e guai osteoarticolari, oltre alle reazioni compassionevoli degli avversari lo inducono a smettere. Ma la palla, fabbricata coi materiali più svariati, rimane una costante della sua vita, ne sottolinea svolte e introspezioni, ne accompagna la lenta maturazione di uomo e di letterato.

Maglioni stesi a delimitare le porte, palleggi insistiti in solitudine, passaggi della magica sfera tra amici occupanti interi pomeriggi, pali, gol, traverse, compagni di gioco nevrotici, sbruffoni, timidi, pedanti, pietosi, le imprese dei campioni, le formazioni mandate a memoria, il calcio come continuo rumore (o musica?) di sottofondo scandisce le giornate di Magrelli dall'infanzia alla maturità.

Nelle sue note in margine al fenomeno calcio, l'autore si occupa inevitabilmente anche dei suoi  surrogati fantasmatici: il calcio-balilla, il Fantacalcio, i giochi di simulazione da playstation. Suggestivo è il testo che racconta la storia del Subbuteo, un gioco da tavolo talmente amato dagli appassionati da costringere i produttori a continuarne la distribuzione anche quando ne avevano già deciso il ritiro dal mercato, a causa del manifesto e subentrante strapotere dei giochi per console.

Altri frammenti rimangono impressi nella mente del lettore. Quello, per esempio, per niente enfatico, che riguarda l'eclissi del trequartista, del dribblomane, del calciatore di fantasia, del "giocatore-foca": "vedi quei poveri virtuosi, quegli estenuati calligrafi del calcio, sedere tristi in panchina, con tutto il loro catalogo di mosse prestigiose, in attesa di entrare verso la fine della partita, magari per piazzare un unico colpo di tacco che ricordi alle folle, almeno un attimo, la gloriosa esistenza del dandysmo"
Oppure quello sul padre del poeta che si rifugia in bagno perché non riesce a tollerare l'emozionante alternarsi del risultato nella famosa Italia-Gemania 4-3 dei Mondiali messicani del 1970. O "l'orrendo incidente" a Bruno Mora, ala destra della nazionale dal grande avvenire, tarpatogli dalla frattura in partita di tibia e perone.

Si tratta spesso di episodi che sono entrati a far parte stabilmente dell'immaginario collettivo di una generazione. Magrelli è un mio coetaneo e così gli sono grato di aver ricordato la figura di Claudio Valigi, centrocampista che persino il divino Brera considerava superiore all'immenso centromediano giallorosso Paulo Roberto Falcao, e che però, da grande promessa del calcio italiano sviluppò una carriera calcistica piuttosto anonima. 
"Valigi", -scrive Magrelli-, "è il nostro milite ignoto. Rappresenta le decine di migliaia di ragazzi caduti sul percorso della gloria senza arrivare a ottenerla. Lui scivolò a un passo dalla meta, anzi, dopo averla toccata".

Una profetica e agghiacciante citazione di Borges e Bioy Casares costituisce materia di uno dei frammenti del libro e prefigura con efficacia il presente e il futuro del calcio moderno. Come al solito, l'immaginazione poetica risulta più penetrante, nell'analisi della realtà, di un'intera indagine sociologica sull'argomento:

"Non esiste punteggio, né squadre, né partite. Gli stadi non sono che cantieri in demolizione. Oggi ogni cosa avviene solo negli studi della radio e della televisione. La falsa eccitazione degli speaker non vi ha mai fatto sospettare che sia tutta una finzione? L'ultima partita di calcio è stata giocata il 24 giugno 1937. Da quella data, il calcio, come tutta la vasta gamma degli sport, è un genere drammatico, orchestrato da un uomo, solo in uno studio, o interpretato da attori in divisa da gioco davanti al cameraman[...]. La pubblicità in eccesso è il contrassegno dei tempi moderni".

Il calcio di oggi, - ci avverte Magrelli-, sembra irreale, ovattato, simile alle sue simulazioni elettroniche. Non si avverte più il respiro dei giocatori, le loro parole. Telecamere dovunque, "il terreno di gioco tradizionale si è trasformato in display". Mentre, conclude l'autore, "all'eutrofia delle alghe", corrisponde "l'avvizzire dei prati", "l'atrofia dell'erba".

ordina

I libri di Valerio Magrelli

| home |

| sport


Pagina aggiornata il 13.11.10
Copyright 2000-2010 Valentino Sossella