copertina libroIl libro si rivolge alle persone WEIRD: occidentali, istruite, industrializzate, ricche (o almeno benestanti) e democratiche.
L’autrice, che si identifica come ace (asessuale), è un’immigrata cinese cresciuta nella Silicon Valley. Attraverso un centinaio di interviste a persone asessuali, ha cercato di comprendere la complessità di questa condizione, misconosciuta ma assolutamente legittima. L’autrice richiama l’attenzione sul fatto che esistono tanti modi di essere asessuali. Si tratta di uno spettro, di un continuum: il mondo non si divide infatti in allo e in ace.

Secondo la Chen, le norme sessuali, approvate dalla società, costituiscono una sorta di gabbia per la maggior parte delle persone, qualsiasi sia il loro orientamento.
Molti ace trovano il sesso rivoltante e disgustoso. Impegnarsi attivamente in pratiche sessuali può provocare in loro addirittura spiacevoli riflessi neurovegetativi come nausea, tachicardia e pietrificazione.

Per fare un po’ di ordine, ricordiamo che, mentre gli asessuali non provano attrazione per il sesso, gli allosessuali invece hanno desiderio sessuale. La castità, infine, è un’altra condizione ancora: “è l’assenza di un comportamento sessuale”.
Gli asessuali non hanno fantasie erotiche, non vengono eccitati da stimoli visivi. Possono tuttavia provare l'innamoramento e l’amore romantico, con tutti i sentimenti a loro associati. Manca in loro l’interesse per la dimensione fisica della relazione, a meno che non si accompagni a un coinvolgimento intimo emotivo.

In una società ipersessualizzata come quella odierna, gli ace faticano a trovare una loro collocazione e un loro equilibrio. La rivoluzione sessuale ha tutt’altro che liberato le persone da pesi mentali e pregiudizi. Ha in molti casi soltanto invertito le parole d’ordine: dalla colpevolizzazione del sesso si è passati al sesso obbligatorio.

Nel caso degli uomini “chi non è abbastanza attivo sessualmente, o non lo è nel modo giusto, viene sminuito. [...] implica una sfilza di […] associazioni, tutte negative: senza passione, rigido , noioso, robotico, freddo, moralista, frigido, difettoso, spezzato”.
Fare molto sesso (o far credere di farlo) rende un uomo cool, fico, è considerato dalla nostra società un titolo di merito.
Così come si è ormai indotti a sospettare anche delle persone di sesso femminile che non si impegnano in un'attività sessuale intensa. Lo stesso movimento femminista, specialmente la frangia sex positive, considera veramente liberate soltanto le donne che si concedono molti piaceri sessuali. Uomini e donne che non trovano nel sesso il significato della loro vita vengono considerati repressi e bisognosi di terapie mediche, psicologiche o psichiatriche.

Si può parlare quindi, con cognizione di causa, di “sessualità obbligatoria”, un concetto su cui l’autrice insiste molto:
“La sessualità obbligatoria è un insieme di presupposti e comportamenti che sostengono l'idea che ogni persona normale sia sessuale, che non desiderare il sesso (socialmente accettato) sia innaturale e sbagliato, e che le persone a cui non interessa la sessualità si perdono un'esperienza estremamente necessaria”.

Esiste tutto un sistema, un dispositivo di credenze, valori e prescrizioni comportamentali che inducono a credere che l’intimità e l’autenticità coincidano col sesso e che una relazione che non includa il sesso non abbia valore.

Viviamo nel “mito del sesso”. Nessun’altra attività, leggere un libro, guardare un film, giocare ai videogame può eguagliare le meraviglie e l’avventura del sesso: così recita l’ideologia dominante.

Gli stereotipi e i pregiudizi propalati dall’ideologia del “sesso obbligatorio”, la stessa abbracciata da medici e terapeuti, riguardano generi ed etnie. Gli ace rappresentati dai media, per esempio, sono quasi esclusivamente bianchi. Si stima che gli ace siano l’1% della popolazione, ma è lecito aspettarsi che siano più numerosi. Numerosi asessuali ignorano la propria condizione perché non esistono modelli pubblici di riferimento, cui ispirarsi. Difettano le rappresentazioni dei media, cinema, serie tv, inchieste giornalistiche, programmi di intrattenimento. Scarseggiano i personaggi celebri che si siano dichiarati tali.

Così, essere asessuali è considerata ancora da molti una condizione medico-psichiatrica da curare, anziché un’espressione legittima della propria personalità.

Gli asessuali reclamano il diritto alla diversità, ad essere se stessi senza sentire la necessità di ottenere l’approvazione degli altri, ad esseri liberi da giudizi e condizionamenti esterni che impediscano loro di essere persone autentiche e uniche.
Ognuno sia libero di vivere la propria sessualità come meglio crede, senza giudicarsi sbagliato, senza doversi giustificare, senza sentirsi superiore o inferiore agli altri sulla base dell’intensità del proprio desiderio sessuale. Con buona pace di psichiatri e sessuologi, che sulle classificazione e le distinzioni salute/malattia fanno lauti profitti. Asessualità e felicità personale possono coesistere - ribadisce la Chen - non sono condizioni inconciliabili.
Quello che non va assolutamente bene è il controllo, la normatività sessuale, la sessualità obbligatoria.

La Chen ha scritto un bel libro, all’insegna del “Liberi tutti!”, un libro che ci fa riflettere sulla complessità e sui pesanti condizionamenti che ancora oggi regolano le relazioni e che non di rado le rendono occasione di sofferenza.