copertina libroStorie di calcio ai tempi del nazismo. Il football in Europa (principalmente in Olanda) negli anni a ridosso della seconda guerra mondiale. Storie di persecuzioni, deportazioni e campi di concentramento. Calciatori, allenatori, presidenti, soci, personaggi di rilievo e semplici appassionati di calcio alle prese con gli orrori delle atrocità nazionalsocialiste. Ebrei deportati e uccisi nei lager e olandesi che collaborano con le truppe naziste nelle persecuzioni.

Una scomoda verità che i Paesi Bassi hanno rimosso per decine di anni e che tuttora viene negata da ampi strati della popolazione in nome del mito patriottico che vuole la gente olandese tollerante e coraggiosa. La tragica vicenda di Anna Frank è, in fin dei conti, legata all'Olanda ed è in un nascondiglio ad Amsterdam che la tredicenne, autrice del famoso Diario, viene catturata dai tedeschi. La comunità olandese ha cercato di salvarla o è stata una spia olandese a rivelare ai tedeschi il luogo in cui stava nascosta? La risposta è ancora oggetto di controversia.

In realtà durante l'occupazione tedesca gli olandesi, popolo sostanzialmente pacifico, opposero scarsa resistenza. La loro vita continuò più o meno come sempre, divisa tra lavoro, famiglia e svaghi. La Resistenza, quella armata, era considerata un'attività quasi disdicevole, adatta a comunisti, fanatici e criminali. Opporsi ai nazisti significava, d’altra parte, esporre i propri concittadini al rischio di feroci rappresaglie. In fondo, se non si era ebrei, zingari o partigiani, in Olanda durante l’occupazione si poteva vivere relativamente tranquilli.

Al tempo dell'offensiva nazista numerosi Paesi europei si comportarono meglio dell’Olanda nei confronti degli ebrei. La stessa Italia fascista, secondo l’opinione di Kuper e quella ancora più autorevole di Hannah Arendt, non prese mai sul serio l'antisemitismo. Meglio ancora si condussero belgi e norvegesi. Tra i Paesi dell’Est Europa, i bulgari furono i più miti nei confronti della comunità ebraica. La palma del migliore spetta tuttavia, tra gli europei, alla Danimarca, il cui sovrano si oppose attivamente alla persecuzione dei giudei.

La seconda guerra mondiale, innescata da Hitler, non fermò il calcio in Europa. Per ragioni di propaganda o al fine di mantenere alto il morale delle masse, si continuò a giocare in Inghilterra, Germania ed Austria, persino sotto i bombardamenti. La passione sportiva ebbe la meglio sugli incubi bellici. In modo utilitario, man mano che la Germania nazista invadeva nuovi territori, si annetteva anche i calciatori degli stati conquistati, alcuni dei quali (principalmente austriaci) indossarono la maglia della nazionale tedesca.
Paradossalmente il calcio in Olanda fiorì proprio durante l’occupazione e la guerra. Da divertimento un tantino originale, il calcio diventò nei Paesi Bassi, proprio in quegli anni, una passione di massa.

Le tesi principale del libro è che l’Ajax, il leggendario club di Amsterdam che vide giocare con le sue maglie Cruijff, Van Basten e Bergkamp, sia un club ebraico. Tesi per la verità non sufficientemente suffragata dalle argomentazioni dell’autore. Di certo, molti dei giocatori e dei membri dello staff dell’Ajax, anche durante gli anni d’oro della società (dagli anni Sessanta in poi) che videro il passaggio dal dilettantismo al professionismo di molti atleti, erano ebrei (Swart, i due Muller, il massaggiatore della squadra, il presidente Jaap Van Praag). Lo fu un grande finanziatore della squadra, il magnate Maup Caransa, discendente, come il filosofo Baruch Spinoza, di quegli ebrei portoghesi che si insediarono ad Amsterdam verso la fine del XVI secolo.
Il terzino Wim Suurbier aveva sposato un’ebrea. Il padre di Ruud Krol, l’elegante e talentuoso difensore dell’Ajax e della Nazionale arancione che si giocò due finali di Coppa del mondo, durante la guerra cercò di salvare decine di ebrei. E si dice che Cruijff, il più grande giocatore olandese di tutti i tempi, la cui zia aveva sposato un ricco commerciante ebreo, vivesse circondato da ebrei e avesse in grande simpatia sia il popolo giudaico che Israele.

Non a caso l’Ajax è il club calcistico straniero più popolare in Israele. Amsterdam, infine, è considerata in Olanda la città degli ebrei. Quando l’Ajax gioca in trasferta è frequente che gli ultrà della squadra avversaria (in particolar modo ciò accade nelle sfide con i rivali storici del Feyenoord di Rotterdam) intonino canzoni e slogan antisemiti. Insulti razzisti, ad onor del vero, vengono rivolti anche a elementi di altre comunità. Fa parte della coreografia (e della maleducazione) che sfuma in goliardia, tipica ormai degli stadi di tutto il mondo.

L’autore del libro, Simon Kuper, è nato in Uganda nel 1967 da una famiglia di ebrei sudafricani. È cresciuto in Olanda. Scrive sul Financial Times e The Observer. Grande appassionato di calcio, ha scritto anche Football Against the Enemy (2003)

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